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Realtà aumentata, verità diminuita?

-Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?-
Così la matrigna della dolce Biancaneve si rivolge allo specchio, in cui si materializza un alias demoniaco con la risposta pronta e acida. L’immaginario dei fratelli Grimm più lo swing dei disegnatori Disney ci hanno permesso di intravedere con un buon anticipo cosa avrebbero potuto significare ‘realtà aumentata’ e ‘interattività virtuale’. Lo specchio è l’hardware di Grimilde e l’immagine del suggeritore che si sovrappone al contesto reale è il software.

Grimilde si accosta allo schermo del suo device di casa per ottenere pronostici tridimensionali.

Ma non è tutto qui: prima dei visori che ci inseriscono in un ambiente virtuale, allineando continuamente il nostro corpo alla costruzione prospettica del mondo che non c’è, e prima delle applicazioni che ci mettono davanti agli occhi fantasmi tridimensionali, la letteratura già era stata premonitrice di tecnologici cambiamenti. Nel 1816 Ernest Theodore Amadeus Hoffmann, scrittore in una certa consuetudine con ogni genere di fenomeno inspiegabile, bizzarro, terrificante e meraviglioso, pubblicò nei suoi Racconti notturni una storia intitolata Der Sandmann, L’uomo della sabbia. Il protagonista si chiamava Nataniele e la sua infanzia era stata funestata da un malvagio di nome Coppelius, causa di terrori notturni e della precoce morte di suo padre durante un esperimento forse d’alchimia. Nataniele divenuto studente prese a seguire le lezioni di fisica del famoso Spallanzani la cui figlia Olimpia viveva reclusa, sottratta allo sguardo di tutti. Un giorno si presentò a Nataniele un certo Coppola, piemontese venditore di barometri: naturalmente era Coppelius. Dopo aver cercato di vendergli degli occhiali l’uomo lo convinse ad acquistare un piccolo cannocchiale. Il primo oggetto delle sue osservazioni con il nuovo strumento fu proprio Olimpia, la cui stanza era ben visibile dalle sue finestre. Non l’aveva mai vista muoversi, sempre seduta nella stessa posizione, lo sguardo fisso, vuoto. Olimpia era infatti un automa, il più perfetto che fosse nato dal genio obliquo di Spallamzani e Coppelius. Ma non per Nataniele. Egli osservandola con il cannocchiale di Coppelius, vedeva il suo sguardo animarsi, lanciare proprio a lui occhiate nostalgiche e languide. Gli sembrava di sentirla sospirare. L’infelice ragazzo s’innamorò, e unico tra tutti, quando Spallanzani dette un gran ballo per presentare alla società cittadina la sua creatura, la vide viva e fremente di passione grazie al maledetto device dell’alchimista e alla misteriosa app che vi era connessa. L’inevitabile disillusione ci ricorda che vivere un’esperienza artificiale è, a volte, più gratificante che tenere gli occhi aperti sul vero.

Nella bellissima riduzione a fumetti creata nel 1970 da Dino Battaglia e pubblicata quell’anno sulla rivista Linus, Nataniele è ingannato non da un cannocchiale ma da un paio di occhiali comprati dall’inquietante Coppelius.

Qualche anno più tardi, il 27 marzo 1844, sul Dollar Newspaper di Filadelfia usciva un racconto di Edgar Allan Poe dal titolo The Spectacles, Gli occhiali. La morale è presto detta: una verità diminuita è meglio di una realtà aumentata. Nel testo di Poe, un giovane americano di eccezionale miopia s’innamora perdutamente a prima vista di un’aristocratica francese ammirata a teatro. Il colpo di fulmine è esemplare e sembra ricambiato. Ma non si tratta che di una commedia degli equivoci. Vittima dell’illusione, dell’ostinazione, dell’amor proprio che non conosce medico (in questo caso un buon oculista), della maligna allegria degli amici, quell’amore diventa passione, ossessione, fissazione. Le parole con cui Simpson, questo il nome, descrive la bellezza dell’amata sono tali che vanno dalla poesia all’esaltazione incurante del ridicolo. S’arriva al matrimonio, la bella pretende però che il giovane s’impegni a inforcare un paio di occhiali la prima notte di nozze. Evviva la ‘realtà aumentata’! Finalmente lo sposo mette sul naso le lenti chiarificatrici: orrore. La fanciulla è una trisavola, ottantenne impiastrata di belletto, sdentata e imparruccata. Lui la insulta, si dispera, lei inveisce. Ma è tutta una burla, organizzata dagli amici. Fine dell’esperienza immersiva [orribile neologismo che i vocabolari registrano per la prima volta nel 2008]. La verità aveva distrutto la felicità. Per il momento.

Edgar Alla Poe effigiato su un portasigarette in vendita on-line a 8,71 euro, escluse le spese di spedizione. Siamo certi che gli occhiali 3D non avrebbero aggiunto nulla alle capacità visionarie del Nostro.

Più o meno la stessa cosa accade a Eugenia, bimbetta quasi cecata, che nel racconto di Anna Maria Ortese, Un paio di occhiali, pubblicato nel 1953, viveva contenta di sé nelle ombre vaghe di un basso napoletano. Da una parte la prima volta che riuscì a vedere la città, dalla finestra dell’oculista, ebbe una vera rivelazione, – “il mondo, fuori, era bello, bello assai” – bello di luce, aria, colori, fisionomie e movimento; dall’altra quando, dopo una settimana di spasmodica attesa, indossò i suoi occhiali nuovi, finalmente pronti, venne assalita lì dove viveva, come davanti a un film in 3D, dal sudicio squallore del cortile – “un imbuto viscido, dai muri lebbrosi fitti di miserabili balconi” e dalla bruttezza dei suoi parenti, – “cristiani cenciosi e deformi, coi visi butterati dalla miseria e dalla rassegnazione”. Per Eugenia sono finite le gioie di una realtà diminuita e iniziano le tribolazioni di un’aumentata verità.

Carlo Damasco nel 2001 ha scritto e diretto questo cortometraggio tratto dal racconto dell’Ortese. Nel 2003 il film, Un paio di occhiali, ha vinto il primo premio al New York Short Film Festival

Perché dunque aumentare la realtà, quasi che il mondo così com’è fosse in sé carente? Non si tratta piuttosto di giustapporre a quello che senza troppe sottigliezze filosofiche descriviamo per convenzione come il reale, un mondo fittizio, infinitamente manipolabile? Un solo esempio: mentre sto scrivendo vedo al di là della finestra la facciata di una casa ancora abbellita da frammenti di ottocentesche decorazioni a fresco. Con un visore adatto e un’applicazione specifica, potrei vedere la stessa facciata nello stato originale, ma dietro i suoi vetri potrei intravedere anche una dama in crinoline che suona il pianoforte e in corrispondenza delle imposte in legno un tag che mi suggerisca dove comprarne di nuove se volessi averle anche alle mie finestre e a che prezzo. La vista sarebbe ingombrata anche da icone con l’indicazione di dati metereologici, coordinate geografiche e una breve storia dell’architettura fiorentina post-unitaria.
Forse dovremmo riferirci a tutto questo con un’espressione meno indulgente: realtà costipata? Questo video di Keijchi Matsuda ironizza con una certa abilità sul futuro delle nostre esperienze di visione immersiva:



La realtà aumentata, come quella senza additivi, è piuttosto difficile da cristallizzare in una sintesi durevole: la stessa Enciclopedia Treccani, nella versione on-line, dà nel 2012 questa definizione di “augmented reality”:
“Espressione inglese (abbreviata AR) – coniata nel 1992 dal ricercatore Thomas Preston Caudell della Boeing – cui corrisponde in italiano la locuzione realtà aumentata, o realtà mediata dall’elaboratore, con il quale s’intende la tecnologia, associata alla computer graphic, che grazie a dispositivi elettronici è capace d’incrementare la percezione sensoriale dell’uomo.”
Nel 2013 c’è una maggiore precisione nel descrivere i sopraddetti dispositivi elettronici:
“Tecnica di realtà virtuale, in inglese augmented reality (AR), attraverso cui si aggiungono informazioni alla scena reale. Questa tecnica è realizzabile attraverso piccoli visori sostenuti, come i caschi immersivi, da supporti montati sulla testa che permettono di vedere la scena reale attraverso lo schermo semitrasparente del visore (see-through), utilizzato anche per mostrare grafica e testi generati dal computer.”
Wikipedia è, con ingannevole chiarezza, più ambigua:
“Per realtà aumentata, o realtà mediata dall’elaboratore, si intende l’arricchimento della percezione sensoriale umana mediante informazioni, in genere manipolate e convogliate elettronicamente, che non sarebbero percepibili con i cinque sensi.”
Qui parrebbe che ciò che i nostri sensi non riescono a percepire siano però entità reali, nascoste alla percezione dalle nostre limitazioni organiche.
Più seccamente: la realtà aumentata vi fa vedere cose che non ci sono, e le sovrappone al vostro normale campo visivo; aggiunge allo scenario reale elementi digitali.
Come nell’esempio qui sotto, realizzato da National Geographic nel 2011 per promuovere il suo canale tv.



E può sollecitare ironiche meditazioni metalinguistiche, come questo breve film di animazione:



O può aiutarvi ad arredare casa:



Vi offre l’esperienza di una ‘visita immersiva’ a monumenti e siti archeologici:



Ma soprattutto migliora la vostra esperienza di consumatori (!):



Le applicazioni della realtà aumentata possono essere anche più serie e hanno a che fare con la chirurgia e la guerra. Cioè con il salvare o eliminare vite umane.
Oppure più divertenti e allora hanno a che fare ad esempio con il lavoro di Julie Stephen Chheng, una giovane graphic designer e autrice di libri per bambini che adopera la tecnologia per raccontare le sue storie con un accento, e un vocabolario visivo diversi. Nel progetto The Adventures of the Little Postal Train si possono trovare venticinque sagome di cartoncino, frammenti di paesaggio, combinabili in un numero infinito di soluzioni che possono essere animate con l’utilizzo di uno smartphone o un tablet. In questo caso non aumenta la realtà ma s’incrementa la possibilità di diffrazione del raggio creativo.



Qui altri due esempi del lavoro di Julie:



Ma un artista potrebbe anche disseminare virtualmente di sue opere l’intera città senza preoccuparsi di barriere architettoniche, costi d’installazione, proprietà private, ecc.
Nel 2010, cioè cent’anni fa misurando il tempo della tecnologia digitale, il MoMa di New York organizzò un’invasione digitale durante il Conflux Festival dedicato annualmente alle pratiche psicogeografiche: gli ospiti si aggiravano armati di smartphone visitando un’esposizione del tutto virtuale e singolare resa ‘tangibile’ solo dalla “augmented reality”.
Qui trovate una scelta abbastanza recente dei possibili incroci tra esperienze artistiche e realtà aumentata.

In questo altrove immateriale c’è posto per qualsiasi piano dell’immaginazione e del racconto. Con uno smartphone e una app, la storia di Hänsel e Gretel diventa un film vissuto nel bosco da testimoni invisibili e intoccabili. La fiaba della buonanotte diventa uno spettacolo di fantasmi colorati dove è possibile nascondere Cappuccetto Rosso nell’armadio e far sedere il Principe Azzurro o Biancaneve sulla sponda del letto. Il libro non è che un supporto, parte di un kit comprensivo di tablet, vero veicolo verso la magia dell’esperienza, altro termine che suscita comprensibile angoscia. L’esperienza per essere deve necessariamente essere multisensoriale come ci spiega il simpatico, e un poco prolisso, inventore della Sirenetta aumentata:



Infiliamoci piuttosto gli occhiali e diamo ascolto al vecchio ottico di Edgar Lee Master, nell’Antologia di Spoon River, 1915:

Dippold l’ottico
Che cosa vedete adesso?
Globi di rosso, giallo, porpora.
Un momento! E adesso?
Mio padre e mia madre e le mie sorelle.
Sì. E adesso?
Cavalieri in armi, belle donne, visi gentili.
Provate questa.
Un campo di grano — una città.
Benissimo! E adesso?
Molte donne dagli occhi vivi e le labbra schiuse.
Provate queste.
Soltanto un bicchiere su un tavolo.
Oh, capisco! Provate questa lente!
Soltanto uno spazio vuoto — non vedo nulla in particolare. Bene, adesso!
Pini, un lago, un cielo d’estate.
Questa va meglio. E adesso?
Un libro.
Leggetemi una pagina.
Non posso. Gli occhi mi sfuggono di là dalla pagina.
Provate questa lente.
Abissi d’aria.
Ottima! E adesso?
Luce, soltanto luce che trasforma tutto il mondo in un giocattolo. Benissimo, faremo gli occhiali così.

Per finire è giusto riascoltare Fabrizio De André, profetico, poetico, sintetico e tridimensionale, nella sua rilettura della poesia di Lee Master.
Per chi non ha voglia di ascoltarlo metto in epigrafe gli ultimi quattro versi:

E poi la luce, luce che trasforma
Il mondo in un giocattolo
Faremo gli occhiali così!
Faremo gli occhiali così!

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