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Silenzio, si gira! Quando i bambini stanno zitti sanno bene di cosa stanno parlando

Paolo Albani, poeta visivo e sonoro, scrittore a sorpresa, ammonisce: “ (…) il silenzio non si decanta, non si elogia parlandoci sopra, producendo pagine e pagine sulla sua bellezza, ma solo stando dignitosamente in silenzio, in senso stretto, fisico, ovvero non parlando e non scrivendo. Tutto qui”. Per ammonirci, ovviamente, deve scrivere e rompere così l’auspicato silenzio. Ma proprio perché è un ‘oggetto’ vuoto il silenzio invita a tratteggiarne i contorni; come succede all’uomo invisibile che indossa un impermeabile o un paio di occhiali per testimoniare la sua presenza assente.

Stan Laurel e Oliver Hardy invitano al silenzio per lasciare spazio alla risata?  Ma forse Stanlio ha avuto una delle sue intuizioni improvvise e catastrofiche e Ollio lo esorta e lo corregge,  con esiti ancora più funesti ed esilaranti.
Stan Laurel e Oliver Hardy invitano al silenzio per lasciare spazio alla risata?
Ma forse Stanlio ha avuto una delle sue intuizioni improvvise e catastrofiche e Ollio lo esorta e lo corregge,
con esiti ancora più funesti ed esilaranti.

Nel Dizionario dei Sinonimi e dei Contrari del Gabrielli, sempre generoso di sorprese semantiche, la parola silenzio non ha invece dei veri termini sostitutivi: taciturnità, chetezza, tranquillità, pace, quiete, riposo, ozio, inoperosità, ombra, oscurità, oblio, dimenticanza. Insomma, la lingua italiana ci gira intorno, gli dà concretezza, forma, oppure lo trasla in una sensazione, ma non può che ribadirne, approssimando e cincischiando, l’assolutezza. Tanto che il gemello diverso del silenzio è il nulla.

Nel secondo secolo dopo Cristo il grammatico romano Sesto Pompeo Festo autore di un un’opera in venti libri sul significato delle parole, argomentava che il verbo silère [tacere], da cui deriva la parola silenzio, trovasse la sua ragione nella lettera s, “che è voce inarticolata con la quale si fa cenno di tacere”. Il silenzio sarebbe un fruscio che precede il niente.

L’ aggettivo ermetico viene da Hermes, dio messaggero, portatore di parole, ma anche icona del silenzio. Si racconta che quando, nel mezzo di una conversazione, cadeva all’improvviso un istante di silenzio i Greci dicessero: “Passa Hermes”. Dosso Dossi, Giove pittore di farfalle, Mercurio e laVirtù, 1523-1524, Castello di Wawel, Cracovia
L’ aggettivo ermetico viene da Hermes, dio messaggero, portatore di parole, ma anche icona del silenzio.
Si racconta che quando, nel mezzo di una conversazione, cadeva all’improvviso un istante di silenzio i Greci dicessero: “Passa Hermes”.
Dosso Dossi, Giove pittore di farfalle, Mercurio e laVirtù, 1523-1524, Castello di Wawel, Cracovia

Per fortuna la lingua ebraica, come ci racconta Elena Loewenthal, ci risarcisce da tanta asciuttezza con una bella varietà di silenzi: sheqet, dom, demama, lishtok.
Sheqet è il silenzio della quiete, della serenità. […] È un silenzio sommesso, pacato, sgombro ma non del tutto. Lishtok è un infinito verbale (li- è semplice prefisso). Indica il silenzio imperativo, quello che si impone alla parola. […] Significa “zittimento”, in sostanza, e viene necessariamente dopo un rumore molesto. Dom, invece, è un silenzio abissale. Fa paura, come l’ignoto. […] è onomatopeico: è un rintocco sordo di campana, un’eco profonda – di silenzio. Chiude il futuro, tronca la voce con il nulla. […] Demamah […] è un silenzio meraviglioso, difficilissimo da tradurre. […] Forse la cosa che le va più vicino, in italiano, sono i due punti: una pausa nelle parole, una promessa di quel che verrà dopo. […] Ecco, quel silenzio è rivelazione, stupore, certezza. Pace e verità.”
Forse proprio quest’ultimo è il silenzio del bambino che esce alla luce, vede con i propri occhi ma ancora respira con il respiro della madre. Un silenzio sapiente ma improvvisamente immemore il suo, secondo un’antica leggenda ebraica: un angelo infatti ha insegnato tutta la Torah al bambino in attesa di nascere. Poi, al momento del parto, l’ha sfiorato con un dito, tra la base del naso e la bocca, quasi dicesse shhh e ha cancellato tutto il suo sapere. L’incavo che tutti abbiamo sopra il labbro superiore, il prolabio, è il segno di quel tocco. Ciò che di più profondo conosciamo dobbiamo dunque farlo riaffiorare da un temporaneo silenzio. Il gesto di portare un dito a quel piccolo solco quando si cerca una risposta o la s’intuisce all’improvviso, simile al gesto con cui s’invita a tacere, mette in fisica relazione il sapere e il silenzio: allude cioè alle qualità del mistero come lo intendevano gli antichi. Ed è la purezza dell’infanzia (allo stesso tempo ignara e inconsapevolmente sapiente) a rappresentarlo meglio.
Questo silenzio iniziatico ha trovato nella figura del dio egizio Arpocrate, figlio di Iside ed Osiride, la sua personificazione più nota. Arpocrate è Horus fanciullo, che con quel nome è entrato anche nel mondo classico, identificandosi talvolta con Apollo.
Gli Egiziani rappresentavano Arpocrate come un bambino con un ciuffo di capelli sulla testa rasa e con l’indice della destra sulle labbra, quale gesto naturale dei primi anni.
Nell’arte alessandrina diventa una variante dell’Eros fanciullo, paffutello e talvolta alato, con i simboli del fiore di loto e della luna sulla fronte. Il gesto caratteristico del dito sulla bocca ha perduto il suo significato originario e naturale ed è stato sostituito, dice Plutarco, da quello di “simbolo del silenzio”, in relazione ai misteri. Scrive ancora Plutarco: “tra le piante che crescono in Egitto, dicono che a questo dio [Arpocrate] sia particolarmente sacra le persea, perché il suo frutto è a forma di cuore e la foglia a forma di lingua. Di tutte le cose che la natura umana ha in sé, certo nessuna è più divina della parola, soprattutto della parola che cerca di comprendere la divinità: e niente ha più efficacia nella conquista della felicità”.
Ma la parola si nutre di silenzio e vive in segreto.

Eros Arpocrate, figurina in terracotta proveniente da Myrina, sull’isola di Lemno, c. 100–50 a.c., Museo del Louvre.
Eros Arpocrate, figurina in terracotta proveniente da Myrina, sull’isola di Lemno, c. 100–50 a.c., Museo del Louvre.

Quando nasce un bambino la prima cosa che ci si aspetta che faccia è ‘rompere il silenzio’, quasi dovesse frantumare con il primo vagito una campana di vetro.
Nel mondo dei bambini il silenzio conserva la sua natura di ‘voce’ del segreto e l’unico gioco che lo contempli, il gioco del silenzio appunto, è nella sua disarmante semplicità ancora evocativo del rito e del mistero: un bambino o una bambina vanno alla lavagna, prende un gessetto e lo nasconde in una mano, poi senza parlare chiama un compagno che deve indovinare quale pugno stringa il gessetto; chi indovina prende il posto alla lavagna. Il gioco finisce quando tutti sono stati chiamati e vince chi più a lungo ha mantenuto la posizione.
L’enigma di questo gioco sta nel fatto che è difficile comprendere subito di quale specie sia il piacere offerto dalla sua solennità cerimoniale: come in un mistero eleusino si è chiamati, si supera una prova, si è iniziati e si ritorna al proprio posto, senza poter sapere sino alla fine se si è riusciti nel compimento o se si è fallito.

Un’immagine tratta da Il gioco del silenzio di Virginia Mori, 2009
Un’immagine tratta da Il gioco del silenzio di Virginia Mori, 2009

Naturalmente i bambini conoscono altre forme di silenzio, meno oscure e dense invece di una piacevole aspettativa, indispensabili al lavoro produttivo della fantasia. È il silenzio che fa piazza pulita del mondo come esso è, per lasciare spazio al mondo come può essere.
C’è una poesia di Wisława Szimborska che parlando d’altro evoca involontariamente quel momento di silenzio assoluto che nell’immaginazione precede l’irrompere dell’avventura:
“Cielo, terra, mattino, / ore otto e quindici. / Quiete e silenzio / tra le erbe ingiallite della savana. / In lontananza una pianta d’ebano / con foglie sempreverdi / e radici estese”.

Allo stesso modo sul set cinematografico il “Silenzio, si gira!”, ritaglia nel campo del reale uno spazio e un tempo alternativi. Con lo schiocco del ciak si chiude la bocca alle cose come sono e si lascia parlare solo le cose come sanno essere, quando siamo noi a dirigere la scena.

C’è chi pensa invece che per i bambini di oggi il silenzio sia ormai un tempo perduto, un tesoro che li lascia più che indifferenti, diffidenti. Parlando del suo recentissimo Histoire du silence (Albin Michel, 2016), l’ottuagenario storico francese Alain Corbin ha detto tra l’altro: “Je constate comme tout le monde que les enfants ont aujourd’hui peur du silence, qu’ils identifient à l’ennui”. I videogiochi, i tablet, gli smartphone, gli schermi sempre accesi avrebbero spento il silenzio e le sue insistenti domande.

Caspar David Friedrich, Abendlandschaft mit zwei Männern, 1830-1835, San Pietroburgo, Museo dell'Hermitage
Caspar David Friedrich, Abendlandschaft mit zwei Männern, 1830-1835, San Pietroburgo, Museo dell’Hermitage

“Ma la Miciolla è magica / e conosce anche il segreto del silenzio. / Se entri in camera / silenziosa / dove non vedi nessuno / e capisci che qualcuno c’è / perché senti una presenza / misteriosa, / là c’è una Miciolla. […] Certe volte il suo silenzio dura / finché la stanza diventa scura. / O finchè senti un rumore leggero, proprio il fruscio di un mistero, / sotto il cuscino indiano / o sul divano chiaro / o dietro le musiche del piano. / Però lei si fa sentire / soltanto perché tu la possa scoprire.” Con questi versi Pinin Carpi ci spiegava che il silenzio è un posto pieno di rumori, perché il silenzio ha spesso una gran voglia di farsi sentire, di farsi scoprire.
Il silenzio è anche un colore? Kandinsky nel suo Lo spirituale nell’arte afferma, più o meno, che il bianco suona come un silenzio, il nulla prima che tutto abbia inizio. La neve è una concrezione di silenzio e il bianco mette a tacere ogni colore, ma è anche vero che il bianco è un colore e la neve scricchiola, ansima, sfrigola. D’altra parte dire che il Quadrato bianco su fondo bianco dipinto da Kazimir Severinovič Malevič nel 1918 sia un quadro silenzioso sarebbe un nonsense, allo stesso modo in cui sarebbe azzardato dire o non dire che la pausa tra una battuta e l’altra di un brano musicale sia un intervallo vuoto.

Wassily Kandinsky, Verstommen / Silenzioso, 1924, Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam
Wassily Kandinsky, Verstommen / Silenzioso, 1924, Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam
Kazimir Severinovič Malevič, Quadrato bianco su sfondo bianco, 1918, MoMa, New York.
Kazimir Severinovič Malevič, Quadrato bianco su sfondo bianco, 1918, MoMa, New York.

Il punto è che nella parola silenzio, unica e così avara di sinonimi, convivono silenzi innumerevoli. Per rimanere ad altezza di bambino, bisognerebbe cercare di nominare in modo differente il silenzio eccitato di quando si sta acquattati in un angolo giocando a nascondino, il silenzio pauroso di quando ci si sveglia all’improvviso nel buio assoluto della notte, o quello dell’esplorazione quando timidamente si apostrofa il silenzio, “c’è nessuno?”, il silenzio a denti stretti di chi non vuole proprio risponderci e il silenzio di chi vuole che impariamo da lui a stare zitti, il silenzio caldo fatto apposta perché una mosca lo bucherelli con il suo ronzio, il silenzio che tiene i segreti e quello che non vede l’ora di raccontarli e si rompe in un sorriso, il silenzio per far dispetto, il silenzio di quando si scende con le orecchie sotto il pelo dell’acqua, il silenzio tra il fracasso del tuono e il picchiettio della pioggia.

Molti anni fa il maestro Manzi includeva con saggezza il silenzio tra le cose dovute alla Bildung di ognuno: “Oggi i ragazzi vivono in scatola (casa, macchina, scuola, macchina, casa, tv), non hanno la possibilità di pensare situazioni nuove, prepararsi all’imprevisto. Eppure hanno bisogno di libertà, di rischio, di vedere le piccole cose, di vivere sensazioni nuove, forti, “traumatizzanti”. (il buio di notte, il gusto della pioggia sul viso, la scoperta del silenzio”.

Insegno il silenzio / in tutte le lingue /mediante l’osservazione / del cielo stellato, / delle mandibole del Sinanthropus, / del salto della cavalletta, / delle unghie del neonato, / del plancton, / d’un fiocco di neve.
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La poetessa Wisława Szimborska  si gode una fumante tazza di silenzio perfetto
La poetessa Wisława Szimborska si gode una fumante tazza di silenzio perfetto
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One thought on “Silenzio, si gira! Quando i bambini stanno zitti sanno bene di cosa stanno parlando

  1. Grazie!

    Albi illustrati sulle declinazioni e le ambivalenze del silenzio. Il primo che mi viene in mente: il recente La mia invenzione.
    E un articolo uscito da poco su Andersen, credo.

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